
E’ il 7 luglio 1881 quando sulla rivista per l’infanzia “Il Giornale per i bambini”, fondata da Ferdinando Martini, viene pubblicata la prima puntata di “Storia di un burattino”. L’autore è Carlo Lorenzini che utilizza lo pseudonimo di Collodi, che altro non è che il nome del piccolo paese, in provincia di Pistoia, dove era nata sua madre. L’autore mandando la sua opera all’editore aveva scritto: “Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene per farmi venir voglia di seguitarla”.
Il successo è immediato e così, nel 1883, “Le avventure di Pinocchio: storia di un burattino” viene pubblicata in volume dalla casa editrice Felice Paggi. Sarà l’illustratore Enrico Mazzanti a dare a Pinocchio l’immagine che ancora oggi ha.
Pinocchio è un discolo simpatico e impertinente, come pare fosse Collodi bambino. Di lui ha scritto la studiosa Nunzia Zoccoli: “Un ragazzo che fa disperare i maestri, acchiappa le mosche e le fa volare nelle orecchie dei compagni, scarabocchia con l’inchiostro sul dietro dei grembiuli”.
Quando Collodi scrive Pinocchio la legge Casati ha introdotto l’obbligo scolastico, la scuola è divenuta obbligatoria e gratuita per cercare di debellare definitivamente l’analfabetismo che riguarda in quegli anni il 78% della popolazione italiana.

Pinocchio è un’opera di fantasia ma è capace di analizzare la condizione economica dell’Italia che ha appena adottato una lingua nazionale uguale per tutti. Fin dalle prime pagine appare la povertà di Geppetto che, come tutti gli artigiani, ha poco lavoro e che quindi con il pezzo di legno, donato da Maestro Ciliegia, altro non può fare che costruire un burattino. Ma pone l’accento anche sull’abbondanza delle case dei contadini costretti a difendersi dai continui furti e che porterà Pinocchio a divenire un cane da guardia.
L’autore ci descrive anche l’alimentazione povera delle classi meno abbienti della Toscana del tempo. Il cibo, in quasi tutte le case, era poco e i bambini spesso avevano fame. Pinocchio ha le sembianze di un burattino senza fili, ma è un bambino povero e quindi la sua fame è <<da lupi>>, è <<da tagliarsi con il coltello>>. Una fame che lo tormenta, che lo fa sbadigliare <<spalancando una bocca che pareva un forno>>. Una fame che lo spinge a chiedere l’elemosina, ma anche a rubare l’uva moscatella del contadino.

Una fame che gli offusca la vista tanto da fargli apparire vera una pentola dipinta sul focolare, che lo spinge a cercare non grandi leccornie, ma solo un po’ di pane secco, una lisca di pesce, della polenta ammuffita, o anche solo un nocciolo di ciliegia.

Collodi è il figlio del cuoco di casa Ginori ed è forse per questo che Pinocchio, quasi come sfogliasse un ricettario, elenca i modi per poter cucinare un uovo, da sempre considerato il cibo indispensabile per la crescita dei bambini del tempo. Fritto, a frittata, alla coque, ma al momento di romperlo nella padella ecco uscire un pulcino che lo ringrazia per averlo liberato.

Chi non ricorda poi le tre pere, la colazione di Geppetto, che Pinocchio schizzinoso prima sbuccia, ma di cui poi, ancora attanagliato dai morsi della fame, mangia anche le bucce.

<<La fame non ha capricci nè ghiottonerie!>>. Così sentenzia il Colombo che porterà in volo Pinocchio offrendogli, nonostante la sua ritrosia, un cestino ricolmo di vecce che egli alla fine mangerà <<a strippapelle>>.

<<Che brutta malattia è la fame!>>. Questo dice il povero Pinocchio, ma poi all’Hosteria del Gambero Rosso, quando avrebbe potuto mangiare fino a saziarsi, per l’ansia del giorno dopo, quando sarebbe dovuto andare a seminare con il Gatto e la Volpe le monete d’oro, riesce a mandar giù solo uno spicchio di noce e un cantuccino di pane. Il Gatto e la Volpe invece, ingordi a avidi anche a tavola, mangiano senza provare il piacere del cibo.


Pinocchio non è solo un impertinente e bugiardo in perenne fuga, ma è anche un ingenuo che rischia di divenire legna per cuocere la cena del burattinaio Mangiafuoco perchè lui, sfruttando i suoi burattini, può mangiare un grosso montone che cuoce allo spiedo.

Il cibo non è un premio, ma è la ricompensa del duro lavoro. Questo è quello che Collodi vuole trasmettere. E allora Pinocchio solo dopo aver aiutato la Fatina a portare una brocca d’acqua avrà diritto a un piatto di cavolfiore condito con olio aceto, pane e un confetto ripieno di rosolio.

Lavoro sempre lavoro, anche alla fine quando il burattino divenuto bambino si guadagnerà un bicchiere di latte per il suo babbo Geppetto, tirando su l’acqua dal pozzo per il contadino. Il cibo può divenire pentimento e anche sogno quando Pinocchio, tramutato in un ciuchino, è costretto a masticare il fieno sognando <<un cantuccio di pane fresco e una bella fetta di salame>>, ma è anche gioia quando nel corpo del Pescecane ritrova Geppetto che sta mangiando alcuni pesciolini vivi, così vivi che <<gli scappano perfino di bocca>>.

Pinocchio è un romanzo di formazione, Collodi attraverso il suo burattino vuole sottolineare l’importanza dell’istruzione, del rispetto, del lavoro e spesso lo fa utilizzando il cibo come metafora.

Collodi muore improvvisamente nel 1890 senza mai provare la gioia del successo. La sua opera è stata tradotta in duecentosessanta lingue o dialetti, perché come ha scritto Italo Calvino: “Pinocchio è una favola capace di sopravvivere indenne ai mutamenti del gusto, delle mode, del costume, senza mai conoscere momenti d’oblio”.
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